Chagall e la Bibbia: vissuto o racconto?

Chagall, una retrospettiva 1908 – 1985

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In occasione della importante retrospettiva su Chagall a Milano a  Palazzo Reale, a cura di Claudia Zevi e Meret Meyer

Dal 17 settembre 2014 al 1° Febbraio 2015

 

Ricordiamo l’importante mostra di  “Chagall” e di “Chagall e la Bibbia”  di Palazzo dei Diamanti e di Casa Cini di Ferrara a cura di Frano Farina e di Franco Patruno del 1992

 

Riportiamo qui il ricco testo di don Franco Patruno come arricchimento del nuovo evento milanese

 

 

 

Chagall e la Bibbia: rivissuto o racconto?

 

Don Franco Patruno

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Può la pittura vivere e creare il silenzio?”… E ho spesso sognato quel bel giorno in cui potessi isolarmi completamente come un tempo i monaci nei loro conventi” (Marc Chagall, testo citato da Charles Sorlier, 1979). Il silenzio è l’assenza di parola o può incarnarsi nella corposità degli eventi biblici? È straordinario come la Bibbia, anche nel momento più rumorosamente narrativo, provochi una pausa esistenziale, il desiderio di andare dietro se stessi, di interiorizzare volti, gesti, parole e affetti.

Questo avviene nella lettura di fede o è patrimonio di ogni percezione disincantata che ama semplicemente il testo? La teologia ha molteplici risposte, ma l’aneddotica del quotidiano, l’esperienza singola e irripetibile, sono una teologia a partire dal soggetto che guarda, ascolta, ricostruisce i contorni della teodrammatica; qui si gioca il mistero nascosto nei cuori dove ogni modello teorico di partenza rivela il suo limite.

Per Chagall la Bibbia non è un testo accanto ad altri testi: “Fin dalla mia giovinezza sono stato affascinato dalla Bibbia. Fin da allora ho cercato questo riflesso nella vita e nell’arte. La Bibbia è come una risonanza della natura, e questo segreto ho cercato di trasmetterlo” (Marc Chagall, Prefazione al catalogo del Musée National Message Biblique Marc Chagall).

Non è una semplice dichiarazione di poetica: si veda “La creazione dell’uomo”, dove l’angelo (che guarda da dove viene il comando) aleggia in un tripudio cromatico-plastico tra l’esultanza di quelli che verranno (appaiono stupitamente acclamanti oltre la nube) e il 3_passeggiata bdroteare della dinamica di redenzione e salvezza intorno al sole-luce-fuoco-movimento. È un cosmo che è creato ma sembra visione di ricreazione, un cielo nuovo e una nuova terra che unisce il primo soffio (dove Dio vede che “ciò era buono”) all’ultimo messianico gesto di una escatologia ravvicinata che culmina nella Legge e nel Cristo Crocifisso. Le scale annunciano i saliscendi tra l’Eterno e l’uomo, senza soluzione di continuità. “Dio, Tu che ti dissimuli nelle nubi, o dietro la casa del calzolaio, fa che si riveli la mia anima, anima dolente di ragazzetto balbettante, rileva il mio cammino. Non vorrei essere come tutti gli altri: voglio vedere un mondo nuovo” (Marc Chagall, testo citato da Charles Sorlier, 1979). Straordinario come “ la scala” possa unire una presenza “nello studio” e “dietro la casa del calzolaio”: macrocosmo della messa in scena epifania ma pure epifania del microcosmo umano dell’umile mestiere contemplato mostra-chagall-milano (1)nel paese natio. Ciò accade anche nella “Gloria” dell’arcobaleno contemplato da Noè dove l’arco di luce, spessa e grumosa, sembra far esultare i poveri di Dio, i compaesani della terra buona ed antica; ed è una strana trascendenza (e pur vera trascendenza) accompagnata dall’angelo giallo che esibisce una preziosa ala rossa, rossa come il sole della creazione. I polpacci del messaggero celeste sono solidi, ruvidi, come quelli del patriarca disteso a cui si illumina di giallo la barba a cantare del totalmente Altro che si è fatto “qui” e “ora”, nella notte bleu che non si meraviglia per ciò che già è stato scritto da sempre. Ragazzetto balbettante sul finir degli anni, Chagall pregando chiede rivelazioni non solo al cosmo o al silenzio della casa del calzolaio, ma pure all’anima sua, anima di instancabile visionario alla ricerca della fabula eterna, anima che riconosce, nella sua umana grandezza, il limite del balbettio, lo stesso di Geremia nel giorno della chiamata.mostra-chagall-milano

Se tremano gli stipiti del tempio, l’uomo è là, al centro, con le vesti caduche e splendide della santità del quotidiano, della stessa santità dei panni di Pietro e degli altri pescatori presso il lago di Galilea. Straordinario ancora come Chagall vada a Gerusalemme”…per ispirarmi e per verificare lo spirito biblico: ma è a Parigi che sono venuto a fare la mia Bibbia. Parigi, senza la cui aria l’umanità può soffocare” (testo citato da Charles Sorlier, 1979). Eresia di pittore che tanto ama la terra delle origini tanto può viverla autenticamente nel cosmopolitismo di Parigi; e non parla solo di luci ma anche di “aria”, cioè atmosfera propizia all’espressione. Lontano dalla Russia, Vitebsk sembra memorizzata dalla passione di un ricordo attualizzante, tanto più libero nella fabula tanto più vicino alla realtà: “Tutto il nostro mondo interiore è realtà, forse ancor più reale del mondo apparente (Marc Chagall, l’Artista, 1949).marc-chagall-pjmagazine

E così anche per Gerusalemme, l’amata città: allontanandosi da essa la pulsione del ricordo fisico e ambientale può meglio fargli assaporare la Bibbia. Non illustra (lo dice più volte) e Provoyeur annota: “Non soltanto Chagall non illustra la Bibbia, ma non la racconta e tantomeno la predica” (Messaggio Biblico, Jaca Book, 1983). Non racconta? Avrei non poche esitazioni. Se il termine “racconto” è strettamente collegato a certe strutture della narrativa contemporanea forse sì; ma se si verifica il racconto biblico con la visionarietà di Chagall allora ci si può accorgere che, quasi misticamente, il cantore che si pone in ascolto presta icone alle parole al “prima” e al “poi”: ma la presentatività può farsi rappresentazione sequenziale seguendo i ritmi della luminosità, i passaggi della corposità, lo spazio fantastico-reale che porta lo sguardo a ricostruire la storia. Nel ‘44 scriveva: “ La letteratura la vedevo non solo nelle nature morte degli impressionisti e dei Cubisti, poiché “letteratura”, in pittura, è tutto quello che si può spiegare e raccontare dal principio alla fine”. È illuminante questo rapporto tra il racconto letterario e quello visivo, memorie del tributo della moneta di Masaccio, degli affreschi giotteschi e, perché no?, dei bidimensionali racconti delle ikone, dove anche il fondo ora entra come un “prima” e “poi” resi ipostatici. In questo racconto sui generis, anche l’atmosfera del circo viene riscattata dal dogma dell’essere arte minore tra gli spettacoli, come per i giocolieri medievali de “Il settimo sigillo” di Bergman (dove il più semplice saltimbanco, unico, vede la Vergine) o come ne “I clowns” di Fellini in cui la giostra finale si fa parabola del mondo e ipotesi di esistenza. “il circo è la rappresentazione che mi sembra più tragica. Attraverso i secoli, è il grido più acuto nella ricerca del divertimento e della gioia dell’uomo. Prende spesso la forma dell’alta poesia. Mi sembra di vedere un Don Chisciotte alla ricerca di un ideale, come un pagliaccio geniale che ha pianto e sognato dell’amore umano”.; più avanti: “Ho sempre considerato i pagliacci, gli acrobati e gli attori come esseri tragicamente umani che somigliano per me, ai personaggi di certe pitture religiose” (Marc Chagall, del testo citato da Charles Sortlier, 1979). Tutto questo non è tangenziale al Messaggio biblico, perché la “grande giostra” in cui si muovono i personaggi biblici è un personale circo dove gioie, angosce, drammi, riscosse, redenzioni sono messi in scena dalla danza degli incontri, dove lo stupore ha il volto semplice (perciò reale) di chi sogna ad occhi aperti, sapendo che il sogno nella Bibbia è chiamata a nuove visioni e ad inusitate scoperte.marc chagall

Se per Picasso “rosa” il mondo del circo è tenerezza di un abbraccio, candore per ciò che avviene “fuori” dal circo stesso, per Chagall è proprio l’orchestrazione festosa (perciò spesso tragica) dello spettacolo quando, spente le luci sugli spettatori, si costruisce la proiezione fantastica da tutti attesa e che appare sempre nuova, come un rituale liturgico. La costanza dell’ispirazione biblica attraversa tutta l’attività di Chagall, senza esitazione. Si confrontino i temi dell’amore sponsale “laici” a quelli “religiosi” del “Cantico dei cantici”. Cercare l’amata non è ritrovarla fra le fessure delle rocce ma in un’accesa natura rossa, una sorte di nube gonfiata di terra, ancor meglio “pregna” di terra, come al culmine di un atto d’amore che fa fiorire l’albero di fiori gialli e bianchi mentre la colomba ha lo stesso pulsante colore della donna che, distesa sull’atteso, vede nella mano nascere e quasi esplodere fiori azzurri. Se la dominante rossa in un film come “Sussurri e grida” di Bergamn aveva significato del bisogno di tornare nel seno materno per fuggire l’angoscia di amori finiti, ne “Il cantico dei cantici 1” Chagall celebra l’amore-sposalizio come fecondità da Dio benedetta, energia archetipa che si dilata sul mondo e sulle cose. Nei temi “laici”le-opere-di-marc-chagall-in-mostra-a-milano

è la stessa sorgente di vita che accende gli inermi, che fa comunione con ardenti fiori in primo piano o che fa sollevare verso il cielo la coppia dell’amore perché sorvoli la città e il villaggio dormiente. Anche ne “Il cantico dei cantici 2” l’amata appare in una casta nudità sopra il villaggio palestinese, distesa su un groviglio di foglie rosse. Ma tutto culmina nello sposalizio in un mondo popolare in festa dove lo stesso paese-città è speculare, quasi roteasse dalla gioia nel girotondo di una rinascita dell’amore, come purificazione che unisce cielo e terra. Che la continuità dell’ispirazione di Chagall sia un fatto pressoché unico nel panorama dell’arte del ‘900 è verificabile da alcuni confronti. Matisse nella Cappella del Rosario di Vence è folgorato da una nuova inusitata missione: stilizza, porta all’esterno la sacralità della linea, smorza l’effervescenza “decorativa” del rapporto figura umana ambiente. Continuità in Rothko ad Houdson dove le pareti si trasformano in luce, come nei suoi quadri; e ciò avviene anche nella “Tate Gallery” trasformata prontamente in chiesa.images

Il paesaggio di Chagall è di estrema consequenzialità, a tal punto da porre la domanda sul passaggio stesso. Certo, concentrazione più puntuale sul racconto biblico, ma unico rimane il “mondo”, quasi sempre fosse stato accompagnato dai suoi angeli fuggiti dalla tela, che lo coprono con ali turchine, rosse, gialle e azzurre, corpose più dello splendore dell’ala del Messaggero nell’Annunciazione del Beato Angelico (folgorato dall’idea che l’ala medioevale possa misurare lo spazio tra colonne brunelleschiane). Non turbato dalla consapevolezza di essere pittore “religioso”, non è per niente scosso dalla continua ispirazione biblica che ne farebbe un autore “sacro”. A questo proposito è più che ragionevole che Pierre Provoyeur citi padre Couturier, una delle voci più intelligenti nel comprendere il rapporto tra “sacro” ed arte contemporanea: “Attendere un’arte propriamente sacra da una società di tipo materialista e specialmente un’arte cristiana da nazioni ridiventate praticamente pagane mi sembra una chimera…Credo all’apparizione di opere di ispirazione “religiosa” molto pura ma rigorosamente individuali e generalmente fortuite “ (Marie – Alain Couturier, frasi pubblicate nel Figaro Littéraire del 24 – 10 1951). Infatti, il dialogo che sembrava ipotizzare una certa unitarietà con la Chapelle di Le Corbusier è esploso in tanti tasselli che non hanno mai creato un vero mosaico. Alvar Aalto a Bologna, i bozzetti delle porte per il duomo di Milano di Lucio Fontana, la parabola post-informale di Condgon, la porta di Manzù a S.Pietro…nobili e spesso riusciti tentativi che hanno cercato di “riparare” al monumentalismo che, soprattutto in Italia, aveva invaso l’urbanistica con anacronistici sincretismi marmorei e, nell’arte figurativa, con l’ipotesi di unitarietà intorno al populismo del “Cristo operaio”, populismo spesso stilizzato oleograficamente come è documentato nella raccolta d’arte sacra della Pro Civitate Christiana di Assisi.

Per quanto riguarda Chagall le vetrate lo portagolgota2no ad inserirsi nel grande passato delle Cattedrali e delle Sinagoghe, a misurarsi con ritmi architettonici per la preghiera e per il culto. Grande e piccolo sembrano equivalersi: se in alcuni artisti la dimensione determina un mutamento di ispirazione e favorisce atmosfere diverse, in Chagall non si può mai parlare del restringersi o dilatarsi del campo visivo come occasione trasformativa di forma e contenuto. Certo, il rapportarsi della vetrata o del mosaico alla spazialità architettonica suppone l’accortezza nel valutare nuove tecniche in rapporto alle diversificazioni luminose e ambientali; qui l’artista arriva al massimo dell’ostinazione e della puntigliosità artigianale. Ciò che però maggiormente stupisce è la continuità  dell’itinerario espressivo, quasi che in una chiesa o in una sinagoga il situarsi al centro degli effetti prodotti dalla luce sia come abitare un suo quadro o una sua incisione. Il piccolo formato delle 105 acqueforti a punta secca per la Bibbia (1931-1955) dimostrano egregiamente questa continuità e sono, a mio avviso, tra i cicli più efficaci dell’artista. Franz Mayer commenta: “ nella loro grandezza e nella loro forza d’evocazione, queste incisioni sembrano parlare il linguaggio stesso della Bibbia” e per Silvie Forestier “…manifestano in tutti i casi, la piena padronanza dell’acquaforte, che fa di Chagall uno dei grandi incisori della storia dell’incisione” (Musçe National Message Biblique Marc Cagall, Catalogne des collection, pag.185).

Condivido questi apprezzamenti e non accedo minimamente ai diversi dossier su Chagall che tendono a sminuire il valore dello Chagall direttamente biblico, compreso il parere di un grande poeta e critico d’arte come Giovanni Testori (“Il Corriere della sera”,31-3-19991). È vero ciò che dice Mayer quando parla di “forza di evocazione” e che le incisioni “sembrano parlare il linguaggio stesso della Bibbia”. Se la radice del verbo “evocare” fa riferimento al rito del chiamare del mondo del mistero a quello dell’esperienza sensibile, nel caso delle acqueforti di Chagall sembra imparentarsi strettamente con la memoria biblica, dove il ricordo non è mai un fatto puramente legato al ripiegamento nostalgico sul passato, ma un’esperienza quasi sacramentale di riattualizzazione. Non si vuole qui includere l’artista all’interno di un modello estetico romanticamente carismatico o, nel caso di Schelling, quasi sacerdotale, ma evidenziare la sintonia tra l’autore e la Bibbia; Chagall “entra” nel modo di narrare dei libri sacri e li fa rivivere attraverso le immagini, chagall-mostra-milanoanche quando nella prima “dio crea l’uomo e gli dona il soffio della vita”, (Genesi 2,7) il dolce volo con il quale un maturo angelo sostiene Adamo come fosse un fanciullo in attesa del risveglio provocato dalla dolcezza della carezza materna, interpreta l’archetipo della storia umana con quel tocco di fabulistica suggestione che ci porta lontano da realistiche “evocazioni” o dalla rumorosa e decadente coralità di Gustav Doré. Se in Wiliam Blake (“la scala di Giacobbe”, “La visione di Ezechiele”, 1800, British Museum) l’evocazione è letteraria e michelangiolesca è l’aspirazione ad un Assoluto da apparizione teatrale (quasi uno scoppio che dilata la percezione nell’irrealtà di mondi sconosciuti) in Chagall è sempre la poetica del quotidiano, che abita i cieli; questa ferialità di accenti attira amichevolmente lo sguardo, senza spaventarlo con un “al di là” terrificante e misterioso. Certo Chagall è conscio del “mistero”, ma sa benissimo che la Bibbia tale termine non significa l’insondabilità di ciò che non potrà mai essere conosciuto, ma la trascendenza che, per commovente tenerezza, si fa vicina rivelando la propria presenza nella storia.

Le 105 acqueforti, pur incise in un arco di anni che vanno dal 1931 al 1956, mantengono una comune ispirazione perché fedeli ad un unico desiderio di evocazione e di penetrazione della Bibbia.

Con il messaggio Biblico, specificatamente pensato per Nizza, l’aspirazione si fa più ecumenica. Convinto dell’escatologia dei Profeti per cui Gerusalemme vedrà il pellegrinaggio di tutte le genti, pensa il Messaggio come spazio “interconfessionale” e, ancor più, di proposte, nella Bibbia rivissuta, di nuove e possibili riconciliazioni.

Tutto ciò doveva, anche se implicitamente, essere presente nel momento in cui i chagall-milano (1)Surrealisti volevano “inquadrarlo” nella fedeltà al dettato di Breton. “Da parte mia, del resto, ho dormito molto bene senza Freud” (Marc Chagall, Qualche impressione sulla pittura francese, 1944-45). Chagall avverte che il suo modo d’espressione è fuori portata dei diversi “Manifesti” che, con grande entusiasmo innovativo, reagivano al passato ma anche, spesso, a se stessi. Avverte pure il fascino che le sue opere così genuinamente spontanee avevano per Breton, Eluard et company. Si sentiva più legato alle parabole isolate di Soutine e Rouault (e, per certi versi, anche Modiglioni); apolide, assume la luce parigina in tutti i suoi passaggi, nei fermenti di rinnovamento assume la luce parigina in tutti i suoi passaggi, nei fermenti di rinnovamento spaziale, ma la sua religiosità di fondo lo aiuta ad attraversare gli “ismi” assoggettandoli al suo mondo. Se “surreale” può essere una possibile connotazione del suo itinerario, certamente non può esaurirlo. Forse Chagall si sente “surreale” come doveva sentirsi Bosch, lontano dai grandi (veramente tali!) fedelissimi del surrealismo teorico che, a mio avviso, sono solo Manritte per la pittura e Boñuel per il cinema. Soprattutto è vigile la non accettazione di poter far riflettere senza illustrare, guardare dentro se stessi senza far catechesi, provocare salutare silenzio senza necessariamente essere nel tempio o nel monastero benedettino (dove, per altro Chagall vorrebbe spesso ritirarsi). Nel pieno delle “battaglie” sente la preghiera dei fratelli ebrei con questa annotazione – implorazione: “le loro vesti si dispiegano come ventagli. Il rumore delle loro voci penetra nell’arca, le cui porticine ora si nascondono. Io soffoco. Non mi muovo.

Giorno infinito! Prendimi, fammi più vicino a Te.”

Più sotto ancora:

“Se Tu esisti, rendimi azzurro, focoso, lunare,

nascondimi nell’altare con la Torah, fa qualcosa,

Dio, in nome di noi, di me.”

(Marc Chagall, La mia vita, 1923.1931).The Poet Reclining

Come si può vedere, questa annotazione-preghiera è un tutt’uno con la sua pittura, tanto che l’autore stesso non ha timore a definirsi “mistico”, intendendo il termine come una tensione, unita al sentimento e alla ragione, che ci investe del mistero, al di là delle particolari scelte poetiche e tecniche. Mistico è anche colui che vede nel sogno uno spazio di rivelazione, uno squarcio verso l’Eterno che proprio perché “al di là dei cieli” può diventare preghiera della sera nella sinagoga, nella casa, nella chiesa, nell’operosità dell’arrotino come nell’amore tra uomo e donna.

Il sogno s’apparenta con la fabula, quella che può esser letta da bambini e da adulti, fabula chagall-milano  bdche può creare quel silenzio che invita, come nuovo ritmo della coscienza, all’interiorizzazione; quest’ultima non è certo quella pausa razionalizzante determinata da un quadro di Mondrian, né il convulso sentirsi angosciati dinanzi al “dripping” di Pollock; è l’apertura al sogno della Bibbia, il sogno serio gioioso in cui si intravedono cieli nuovi e nuova terra.

Ed allora pure io sogno ad occhi aperti: un futuro dove l’itinerario di Chagall sia posto “di fronte” a quello di Rouault (prima e dopo la conversione), di fronte al colore-luce di Rothko; inoltre, provare la gioia di vedere il suo mistico circo in una chiesa cistercense ed immaginare San Bernardo sulla nube rabbuiato, perché ogni racconto e colore distrae il monaco della nuda preghiera,.

Sogno anche che guazzi ed incisioni si distendano come fogli smarriti in un cielo (che sento turchino) per fondersi con l’unico colore di Dio: quello che comprende anche l’apparente monotonia del bianco e nero e fa si che il concerto luminoso raccolga tutti i tratti della poesia.

Non voglio piegare il sogno a scopi strumentali, ma mi piacerebbe andar su e giù per le tante scale di Giacobbe (tanto simili, in Chagall, a quelle dei carpentieri) per vedere il perché del Cristo Crocifisso accanto alla Legge. Ma qui, mi si perdoni, potrebbe uscire allo scoperto l’anima mia cattolica e potrei offuscare lo sguardo dei miei fratelli maggiori nella fede, i fratelli ebrei. Su una nube con lo stesso Chagall, sarei sospinto a grattare il cielo notturno o infinitamente solare per vedere di che pasta è fatto il mondo uscito “buono” dalle mani di Dio.

 

Franco Patrunochagall-cantico-dei-cantici-4-728x300 bd

Chagall e la Bibbia: vissuto o racconto?ultima modifica: 2014-09-13T15:36:36+02:00da mariapaolaf
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