Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica

Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica

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Nell’anno in cui la Giornata Europea della Cultura Ebraica (14 settembre 2014) ha come tema “La donna nell’ebraismo”, la Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale ospita, fino al 5 ottobre 2014, la mostra Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica, a cura di Marina Bakos, Olga Molasecchi e Federica Pirani. Un percorso espositivo di circa 150 opere di artiste ebree italiane che rappresenta una riflessione d’identità di genere, sullo spazio e sul ruolo della donna.

Madre o moglie ebrea è da sempre sinonimo di donna dal carattere dominante. La tradizione ebraica è ricchissima di queste figure, che fungevano e fungono da colonne portanti della famiglia, ricche di forza d’animo e di talenti usati senza troppo dare nell’occhio. Basta pensare a Sara che obbligò Abramo a scacciare l’amata Agar, oppure alla moglie del rabbino Akivà, che gli impose di studiare la Torà fino a diventare punto di riferimento nel Talmud, o alla madre di Woody Allen in Edipo relitto (episodio del film collettivo New York Stories, 1989), che dal cielo continua a prendere decisioni al posto del figlio. Le intellettuali ebree di inizio Ottocento conservavano appieno queste foto_4_gallerycaratteristiche, mettendole al servizio di un mondo europeo diventato meno maschilista e meno antisemita dopo la Rivoluzione Francese.

È il periodo di Rachele Vernhagen, di Dorothea Mendelssohn e delle altre promotrici dei salotti intellettuali di Berlino che, dall’interno delle loro case, promuovevano discretamente le grandi figure del pensiero e della letteratura europea.

L’arte visuale, con cui l’ebraismo ha sempre avuto un rapporto problematico, le coinvolgeva meno. La svolta arrivò alla fine dell’Ottocento, anche in Italia.foto_3_gallery

È quello il periodo in cui alcune madri iniziarono ad assecondare le tendenze artistiche dei figli, come Eugenia Garsin in Modiglioni, che non fece mai mancare appoggio economico e morale al giovane Amedeo, prima nei suoi viaggi alla scoperta dei capolavori italiani, e poi all’inizio del soggiorno parigino.

Non le fu facile, sia perché le fortune familiari erano in netta decadenza, sia perché Amedeo si era gettato in una vita e in un’arte lontana anni luce dall’etichetta italiana del tempo. In quegli anni comparvero anche da noi le promotrici culturali, come Margherita Sarfatti, chiacchierata “amica” del duce e prima sua biografa, oltre che sponsor illustre dei futuristi dal suo salotto di corso Venezia a Milano. Anche lei non si tirò indietro nel seguire le spinte innovative, pur restando ancorata alla sua casa, tanto che non si separò mai dal marito.artiste_del_novecento_tra_visione_e_identita_ebraica_large

Comparvero poi le artiste vere e proprie, che solo gradualmente uscirono dal solco della tradizione. Rimasero cioè inizialmente legate alla sfera familiare di cui erano protagoniste: tendevano a ritrarre paesaggi visti dall’intimo delle loro case oppure i loro familiari. Tipica è la biografia di Amelia Ambron (1877 – 1937) e tipiche le sue opere, esposte in mostra. L’artista, da un lato si dedicò a sviluppare un salotto intellettuale frequentato da Martinetti e soprattutto da Giacomo Balla, che la ritrasse in un dipinto pure esposto a Roma. Ma parallelamente sviluppò il suo talento creando bei ritratti di sapore verista. La Ambron ebbe la solita, ebraica, influenza sul figlio che finì anche lui per diventare artista.210645405-0f94a526-d7b5-40b8-91b0-bd052902f829

Non meno emblematica la figura di Annie Nathan, coetanea di Amelia Ambron, e figlia di Ernesto Nathan, sindaco di Roma fra il 1907 e il 1913.

È il famoso padre che ritrasse in un bel pastello su cartoncino. Le altre opere di Annie sono dedicate a squarci di vita campestre colti nei momenti di ritiro estivo.

Molto simile è la prima fase del percorso di Adriana Pincherle (1905-1996), che concentrò la sua attenzione sul celebre fratello minore, Alberto Moravia.

Se queste artiste del primo Novecento rimasero perlopiù legate al ruolo tradizionale della donna ebrea, anche se svolto in un ambiente aperto ai movimenti artistici in voga, Antonietta Raphaël in Mafai (1895-1975) compì un ulteriore balzo in avanti grazie al superiore talento. I suoi primi passi furono legati alla sfera familiare ma con accento su temi religiosi, perché proveniva dall’ambiente ortodosso di Kaunas in Lituania (come la famiglia dello scrittore Amos Oz). Esemplare è il suo Mia madre che benedice le candele all’entrata dello Shabbat, degli anni Trenta, dipinto con piglio quasi chagalliano e tavolozza molto intensa. Più tardi, all’inizio degli anni Quaranta, scelse come soggetto il compagno e famoso artista in Mafai con i pennelli,

ma già allora, e certamente dal 1945 in poi, ruppe gli schemi trad23391-image0022izionali e uscì decisamente allo scoperto. Non fu tanto lo stile a cambiare, restò sempre, plastico, da tipica scuola romana; nuovi furono i soggetti – come lo splendido La giocatrice, in mostra a Roma -, ormai estremamente vari, e nuovo il percorso di affermazione artistico, ormai svincolato dai legami affettivi e familiari.

Grazie al movimento di emancipazione femminile, di cui Antonietta Raphaël fu protagonista, oggi numerose sono le artiste ebree di valore e successo, specie in Israele. Tra queste la video-artista Sigalit Landau, che aprirà il Festival internazionale di cultura ebraica a Milano (a cura di Valeria Cantoni), dal 13 al 16 settembre 2014, alle Gallerie d’Italia di Milano

 

Maria Paola Forlani

 23391-image0022 210645405-0f94a526-d7b5-40b8-91b0-bd052902f829 artiste_del_novecento_tra_visione_e_identita_ebraica_large foto_1_gallery1-226x300 foto_3_gallery foto_4_gallery

Artiste del Novecento tra visione e identità ebraicaultima modifica: 2014-08-23T16:14:52+02:00da mariapaolaf
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