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23/02/2012
TINTORETTO
Tintoretto
Nell’ultima Biennale di Venezia, intitolata <<ILLUMInazioni>>, tre capolavori di Jacopo Tintoretto, provenienti dalla Basilica di San Giorgio Maggiore e dalle Gallerie dell’Accademia, aprivano il percorso della mostra nel padiglione centrale ai Giardini.
Animato da una <<energia pittorica anticlassica>>, Tintoretto, spiegava la curatrice dell’esposizione Bice Curiger, serviva come pietra di paragone per alcuni caratteri salienti della creazione artistica contemporanea, in un’epoca di mutamenti profondi e diffusi. E forse non è poi così casuale che la sua grande mostra monografica si sia tenuta nel 1937, curata da Nino Barbantini (Ferrara 1884 – Ferrara 1952) a Venezia, quando l’arte italiana imboccava nuove strade, in sintonia con gli scenari storici.
Dal 25 febbraio al 10 giugno, alle Scuderie del Quirinale, un altro ferrarese, Vittorio Sgarbi cura una seconda grande mostra su Tintoretto, al secolo Jacopo Robusti (Venezia, 1518 . 1594) nel segno di quei caratteri precipui della sua ricerca: <<teatralità, gigantismo, arditezza>>. Coordina il progetto Giovanni Morello, mentre Giovanni Carlo Felice Villa ne cura il catalogo Skira. Una quarantina di dipinti, provenienti per la maggior parte dai maggiori musei europei spaziano dai grandi teleri religiosi alle opere profane, fino alla ritrattistica. L’opera di Tintoretto è inoltre messa a confronto con artisti coevi, del grande rivale Tiziano con la straordinaria pala dell’Annunciazione di San Domenico Maggiore a Napoli, a personalità di area veneta (da Schiavone a Paolo Veronese), a Parmigianino a Giovanni Domio, e poi El Greco, che, in via di formazione, trascorse qualche anno a Venezia, come anche l’olandese Lambert Sustris. L’itinerario espositivo segue un andamento biografico, accompagnato da pannelli con passi esplicativi di Melania Gaia Mazzucco, autrice di due romanzi di successo sul grande manierista. Tintoretto trascorse tutta la sua vita a Venezia, forse l’unica città in Italia a non permettere che la libertà religiosa e civile fosse soffocata dalle grandi lotte politiche e religiose del tempo. Secondo Giulio Carlo Argan, dal Manierismo, il giovane intuì come infondere una qualità dinamica, scattante al segno, al gesto di dipingere, che, al pari dello scorcio, gli servì per ottenere una rappresentazione rapida e sintetica, atta a cogliere il continuo divenire delle <<immagini della mente>>. Il suo spirito
inquieto si ravvisa, in mostra, nell’<<Autoritratto>> giovanile (1548), in cui l’artista si volge con uno sguardo profondo e pensieroso verso lo spettatore. Dello stesso anno è un’opera rivoluzionaria, di grandi dimensioni, <<Il miracolo dello schiavo>>, proveniente dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Il dipinto narra l’episodio tratto dalla “Leggenda aurea” di Jacopo da Varagine secondo il quale un servo, recatosi a venerare le reliquie di San Marco contro il volere del padrone, è da questi condannato ad avere le gambe spezzate e a essere accecato, ma viene miracolosamente salvato dall’intervento del santo. La scena colpisce per molti elementi: la perfetta “regia scenica” e l’abilità con cui vengono disposti gli elementi architettonici e le “comparse” che assistono stupite all’evento, e fanno da corona al gruppo centrale del servo e dei carnefici; la figura del santo, fermato in volo, il corpo in ombra rivelato dalla luce, che suggerisce l’immediatezza dell’azione; i colori che risplendono nella intensa luminosità del meriggio. Ma soprattutto, vera protagonista del dipinto è la luce irreale che, con l’arrivo del santo, pare inondare tutta la scena e fermare i personaggi nei loro atteggiamenti. Nelle opere successive, lavorò per schemi dinamici, utilizzando la prospettiva e la luce, come nel <<Il ritrovamento del corpo di San Marco>> (1562 -66). Il dipinto appartiene al ciclo dei quadri eseguiti per la Scuola Grande di San Marco. Nella “Vita” del pittore veneziano Battista Franco, vissuto nel 1500, il Vasari parla anche di un altro pittore veneziano “chiamato Jacopo Tintoretto, il quale si è dilettato di tutte le virtù, e particolarmente di sonare di musica e diversi strumenti, ed oltre ciò piacevole in tutte le sue azioni, ma nelle cose della pittura stravagante, capriccioso, presto e risoluto, e il più terribile cervello che abbia avuto mai la pittura…”. Poi a proposito di quattro “storie grandi” parla della quarta in cui “…ha finto in prospettiva una gran loggia, e in fine di quella un varco che la illumina con molti riverberi…”. Tintoretto costruisce infatti una profonda galleria nella quale figura una serie di sepolcri appesi al muro, secondo una drammatica prospettiva che ha il suo punto di fuga sul lato sinistro della composizione, sfondando la superficie del dipinto e proiettando in primo piano i personaggi della scena, in particolare il santo che col braccio levato, indica ai Veneziani stupefatti il proprio cadavere. Sono in mostra anche un gruppo di nudi, tra i quali <<Susanna e i vecchioni>> (1555). Numerosi i ritratti eseguiti tra il 1550 e il 1570, tra i quali quelli di Paolo Cornaro delle Anticaglie, di Jacopo Sansovino, di Alvise Cornaro e di due anziani senatori. Tra le altre opere di vario tema, <<Vulcano sorprende Venere e Marte>> (1555) e <<San Giorgio uccide il drago>> (1553), nel quale la luce assume una forma vorticosa, poi sviluppata su scala monumentale nel <<Paradiso>> per il Palazzo Ducale, di cui è esposto il bozzetto (1579 -82). Infine, sono presenti, due dipinti eseguiti per la Scuola di san Rocco e restaurati per l’occasione: <<Santa Maria Egiziaca in meditazione>> e <<Santa Maria Maddalena leggente>> (1582 – 83), in cui una luce artificiale accende di una forza visionaria il paesaggio.
Maria Paola Forlani
11:51 Scritto da: mariapaolaf | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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