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20/02/2012

TESTORI E LA GRANDE PITTURA EUROPEA- Caravaggio, Courber, Giacometti, Bacon. Miseria e splendore della carne

Caravaggio Courbet Giacometti Bacon
Testori e la grande pittura europea06-Michelangelo Merisi da Caravaggio, Ragazzo morso dal rama   BD.jpg
Miseria e splendore della carne

49-Sergio Vacchi, ritratto di Testori, 1999  bd.jpg

51-P. Vallorz, ritratto di Testori, 1968   bd.jpg



Esistono, nella storia dell’arte, opere che nessuno avrebbe
voluto venissero immaginate e, men che mai, realizzate,
ancorchè tutto ciò che sta loro alle spalle, attorno e dopo
sembri averle minacciosamente volute

Giovanni Testori

03- Cairo,Erodiade con la testa del Battista  bd.jpg



Il Giovanni Testori poeta, drammaturgo, critico e storico dell’arte ha da sempre cercato la sua ispirazione in un clima di espiazione e di sofferenza evidenziato da queste sue esercitazioni pittoriche. Ed egli coltivava tale martoriata predilezione specchiandosi in alcuni maestri del’900, a lui accomunati da un equivalente tormento esistenziale. Si trovava a suo agio sia con gli interpreti della peste manzoniana, rievocati dal Crespi, dal Morazzone o dal Cerano, sia coi personaggi di Francis Bacon, a noi temporalmente ed emozionalmente più prossimi, intinti nelle medesime livide tonalità capaci di esaltare l’assordante silenzio dell’intima disperazione.

05-Cairo, Testa del Battista  bd.jpg


La mostra, che il Museo d’Arte della città di Ravenna ospita nelle sue sale fino al 17 giugno, ribadisce tale travagliata vocazione suggerita dal titolo “Caravaggio, Courbet, Giacometti, Bacon e splendori della carne: Testori e la grande pittura europea.” a cura di Claudio Spadoni (catalogo Silvana editoriale)
D’altronde come sottolinea Stefano Crespi nel testo in catalogo, <<Testori tende a riprodurre quella che gli apparirà l’invalicabile dialettica dell’esistenza: materia e luce (…) perdizione e salvezza, la carne e il vento, la cenere e la carne >>. E la paura del poi, dell’ignoto è quella che si legge negli occhi dal Ragazzo morso da un ramarro un capolavoro del Caravaggio che impreziosisce l’esposizione ravennate.04-Cairo, La Maddalena  bd.jpg
Non si può dimenticare che un suo modo “orizzontale” di lettura dell’opera d’arte (come la definisce Davide dall’Ombra in catalogo) aiuta a comprendere l’importanza che ha avuto, nella sua produzione di critico, l’attività principale di Testori, vertice della medesima necessità espressiva: il teatro. E non solo all’eclatante caso come il Sacro Monte di Varallo, da Testori ribattezzato “Gran teatro montano”, ma alle opere d’arte che si ergono nella loro estensione come opere ambientali come i Tramezzi dipinti da Gaudenzio o Martino Spazzotti, e ai dipinti che, con la loro maestosa incombenza fisica, sono vissuti da Testori come veri palcoscenici di vita.
Leggendo il gran telero della “Battaglia di Sennacherib” di Tazio da Varallo (1629 – 1630), Giovanni Testori lasciava una delle sue pagine più memorabili ed esaltanti,  nelle quali parlava della carne e del sangue, delle ferite e della morte cui vedeva dannata la società degli uomini. Ecco allora Tazio, “nostro grande, inobliabile, disperato valligiano”, gigante intento a issare “su tutto la sua bandiera di lotta, di dolore e di sangue”. Ed ecco l’angelo protagonista della scena su la quale piomba dall’alto. “giustiziere di una storia turpemente soggiogata”, col suo balzo fuori dalle nuvole nere di pioggia incombente, non tanto memore di analoghi precipizi immaginati da Tintoretto o da Caravaggio ma “vindice d’orribili incubi e di non meno orribili, prenatali paure”. Così che infine il quadro ove “luci d’inferno e violenze di carne si mescolano in un urlo senza fine”, più che nutrirsi nei secoli passati, ne preannuncia di venturi: fino a “quello di Théodore Géricault della “Zattera della Medusa”. Per Testori, l’opera di Géticoult, e non quella di Delacroix, è

08-Giacomo Ceruti, Ritratto di giovane   bd.jpg

l’emblema del romanticismo francese, perché ne semplifica <<fasti d’obitoriale grandezza>>. La Zattera della Medusa  l’opera simbolo di un’epoca e oggetto, appunto, di una predilezione testoriana del tutto particolare, tanto da meritare uno dei due lunghi Intermezzi in quattro parti nel poema I Trionfi (1965). Si tratta di una lunga e disperata descrizione poetica del dipinto, che sfocia in un invettiva rivolta a Jamat, il modello di Géricault che diede il corpo a uno dei naufraghi. Nell’attacco si condensa tutto il dramma dell’episodio rappresentato e una domanda lacerante, una richiesta di senso per l’accaduto, un urlo-bestemmia-preghiera  ricorrente nell’opera di Testori:…Solo questo io devo / o c’è altro che su voi / m’attira / a scendere / devastando la vostra dignità sacra e perduta / di carogne animali? / Dov’è più Cristo, / o morti miei cristiani?.

16-T.Gericault, Cacciatore della guardia imperiale,1816-18  bd.jpg


Fondamentale fu la sua devozione a Roberto Longhi, maestro da lui mai dimenticato, con cui Testori collaborò fin dai primi numeri di “Paragone Arte”, ma da cui infine si allontanò: nelle scelte orientate sul secolo, il XVII, mentre Longhi prediligeva il Cinquecento lombardo – e soprattutto per questa sua scrittura inquieta tormentata, accalorata, straordinariamente “eversiva”,  vergata “coi tendini scoperti, con le carni, i cuori e i cervelli inviperiti e sanguinanti” – come ha detto lui stesso.
Estremo sempre, dunque, Testori; che alla sua Lombardia è rimasto avvinto a scapito d’una asettica ermeneutica delle opere, intriso di un suo aspro ‘dialetto’ mentale, capace, però, di intuizioni non solamente empatiche, ma rigorosamente storicizzate.

12- Cerano, Deposizione di Cristo nel sepolcro  bd.jpg


Tali furono, ad esempio, per citarne solo alcune, quelle che lui esercitò sull’espressionismo tedesco di Dix e Grosz, di Francis Bacon, del grande (assai poco noto) Varlin e sopra tutti di Ennio Morlotti: amatissimo dal critico e che nella mostra ravennate ha molto risalto nelle splendide e significative opere esposte. Nell’esegesi sull’artista, Testori individuò per primo quel “naturalismo di partecipazione” che sarà alla base della panica immersione del pittore nella realtà, di quel suo annidarsi in essa “come un insetto dentro le cose”.
36-E. Morlotti, L'Adda a Imbersago, 1955   bd.jpg
Maria Paola Forlani

17:06 Scritto da: mariapaolaf | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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