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03/02/2012

INCANTI di TERRE LONTANE

Incanti di Terre Lontane
Hayez, Fontanesi e la pittura italiana tra otto e novecento59-Francesco Hayez Ruth_INCANTI GR  bd.jpg

Nel luglio del 1903 il giovane medico Victor Segalen sbarca a Tahiti per cercare un contatto con Paul Gauguin, di cui ammirava l’opera e che vorrebbe conoscere di persona. Ma l’incontro non può avvenire dal momento che il pittore è morto tre mesi prima. A settembre lascia Tahiti e, nella rotta di ritorno, fa scalo a Gibuti, sulle tracce dell’altro grande fuggitivo che aveva lasciato la Francia e l’Occidente per affrontare mondi nuovi e sconosciuti, il poeta Arthur Rimbaud.
Rimbaud e Gauguin sono in effetti le due facce di una stessa medaglia, i due aspetti contrapposti con cui l’Ottocento si chiude per lasciare spazio a una nuova epoca. Rimbaud, dopo una gioventù geniale e burrascosa, abbandona la poesia, va in Africa a vendere armi, decide di chiudere con l’attività creativa e darsi completamente al commercio. Tutto quello che era possibile creare, come artista,

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lui l’ha già creato.
 I suoi versi, la sua idea di scrivere a partire dal “deréglément” (“sgretolamento”, o meglio ancora “sgangheramento”) dei sensi, hanno aperto spazi immensi per chi verrà dopo. L’Africa è, nella realtà, quel nuovo mondo inimmaginabile che la sua poesia aveva annunciato. In Africa Rimbaud mette alla prova, con i sensi, quello che era implicito nelle immagini, nelle analogie, nelle allusioni della sua opera. Gauguin invece va in Oriente non solo per incontrare un altro mondo ma per far entrare questo mondo dentro la vecchia pittura dell’Occidente. O meglio: la pittura, con le sue regole, la sua retorica, i vincoli della rappresentazione, deve ottenere nuove forze e nuovi impulsi proprio dal contatto con il nuovo in quel momento che erano il diverso, il desueto, lo scandalo. Nei rapporti degli artisti occidentali con l’Oriente il paradigma Rimbaud-Gauguin rimarrà una costante: si va verso Oriente per trovare un “altro” mondo, perché si odia l’Occidente, perché si vuol fuggire dalla propria cultura.
Ma tutto quello che l’Oriente offre torna comunque di qua, qua diventa oggetto di rappresentazione, qua viene consumato, gustato, giudicato, lancia una moda, modifica il gusto, rompe con le tradizioni o le reinventa. Africa, India, Giappone: a ritmi alterni l’orientalismo ha assalito gli artisti occidentali, li ha conquistati, e ne ha fatto i portatori di morbi che hanno funzionato come medicine. E, prima di diventare turismo di massa, merce, oggetto di consumo, l’Oriente ha messo radici in Europa per tutto 47-Roberto Guastalla Una via di Damasco_INCANTI GR  bd.jpgun secolo, diventando l’occasione continua per meditare su ciò che significa l’Altro. Ed è su questo lontano Oriente, lo stesso che diventa popolare grazie ai romanzi d’avventura popolati da tigri o dal fumo conturbante dell’oppio, che si sofferma la mostra che Palazzo Magnani, a Reggio Emilia aperta fino al 29 aprile 2012, con il titolo “Incanti di Terre Lontane. Hayez, Fontanesi e la pittura italiana tra otto e novecento”, a cura di Emanuela Angiuli e Anna Villari (catalogo Silvana editoriale).
Un titolo articolato per dar conto delle diverse anime che danno vita a questa affascinante esposizione. I due protagonisti innanzitutto, Hayez e Fontanesi. L’Oriente del primo è quello vicino, mediterraneo, non direttamente vissuto ma sapientemente evocato. Quello del secondo, invece, è l’Oriente estremo, o almeno un lembo di esso, il lontano Giappone, regno che lo ospitò a lungo, onorandolo, e che lui a sua volta volle onorare.  Intorno ai due, i molti altri che lungo gran parte di questo secolo, l’Ottocento appunto, hanno descritto gli incanti, le malie di terre ai più ignote e per questo ancora più affascinanti. Un centinaio di opere degli Orientalisti italiani, con molte novità. A partire dalla presenza, straordinaria di alcuni dipinti di Francesco Hayez, come l’Odalisca della Pinacoteca di Brera, la Ruth delle Collezioni Comunali di Bologna e un’ Odalisca alla finestra di un Harem di una collezione privata.

Gaetano Previati_Fumatrici di oppio_ORIENTALISTI GR  bd.jpg61-Glisenti-la morte di Cleopatra_INCANTI GR  bd.jpg

Hayez_Odalisca_Pinacoteca di Brera_ORIENTALISTI GR  bd.jpg

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La mostra dà conto della ventata d’Oriente che suggestionò la pittura italiana nel secondo ‘800 riconoscendo come punto d’avvio, non unico ma certo particolarmente importante Francesco Hayez. Da Parma, prima Alberto Pasini e poi Roberto

Domenico Morelli_Odalisca_Collezione privata_ORIENTALISTI GR  bd.jpg

Guastalla, (chiamato il “Pellegrino del sole”),
 percorsero carovaniere e città per raccontare questi altri mondi. Il secondo lo fece portandosi dietro, oltre a tavolozza, cavalletto e pennelli, anche uno strumento nuovo, la macchina fotografica. Da Firenze partì alla volta dell’Egitto Stefano Ussi che subito dopo l’apertura del Canale di Suez, lavorò per il Pascià prima di trasferirsi in Marocco. Dall’Orientalismo non sfuggì certo il Mezzogiorno d’Italia. Ne fu testimonianza, a Napoli Domenico Morelli che, senza mai aver messo piede nei territori d’oltremare, descrisse magistralmente velate odalische, figure di arabi, mistiche atmosfere di preghiera a Maometto. Così tanti  altri artisti ancora sfilano nella bella mostra reggiana tra cui Gallileo Chini. L’artista fiorentino si recò nel favoloso Siam  insieme all’architetto torinese Annibale Rigotti, tra il 1911 e il 1914, per partecipare alla fastosa decorazione del Palazzo del Trono di Bangkok. E con Chini, l’allievo Salvino Tafanari, incantato dalle flessuose danzatrici dell’Isola di Giava le ha rappresentate come sofisticati

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soggetti orientali in una studiata posa dalla valenza decorativa.

Maria Paola Forlani

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17:55 Scritto da: mariapaolaf | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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