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31/01/2012
GENUS BONONIAE
Genus Bononiae
Musei della Città
Questa Bologna, in cui molti di noi, provenienti dalla provincia, hanno studiato, si sono laureati, questa Bologna che per Le Corbusier <<non è che un gioco di bambini>>, e per Carducci invece <<fosca e turrita>>, questa città che ognuno ha vissuto a modo suo, questa Bologna di luoghi comuni e fuori dal comune, questa città di pedanti glossatori, teologi forbiti e geniali inventori, questa Bologna ha ora un museo gioioso, un Museo della città che fa da nuova porta alla città. Da portale anzi: sembra proprio un cd-rom da camminarci dentro, usando i piedi come mouse per cliccare oggetti reali e virtuali, animare storia e storie, passato e presente. Si può passeggiare nel vivo della battaglia di Fossalta (1249) tra fedeli ricostruzioni degli equipaggiamenti militari dell’epoca, su una strada etrusca diretti alla volta dell’antica Felsina, oppure su un tratto originale della via Emilia nella grande sala dedicata alla storia della “forma urbis”, o ancora sperimentare alcune delle scoperte di Guglielmo Marconi, imbattersi nelle voci e nei volti di Valerio Massimo Manfredi, Giorgio Albertazzi, Francesco Guccini, Alessandro Borgonzoni, Umberto Eco e molti altri personaggi famosi percorrendo l’itinerario delle trentacinque sale espositive del nuovo Museo della storia di Bologna, cuore di Genus Bononiae, Musei nella città, iniziativa della Fondazione Carisbo, rivolta a valorizzare alcuni luoghi caratteristici del centro storico del capoluogo emiliano. Palazzo Pepoli, sede del museo (3600 mq. di esposizione) nella centralissima via Castiglione, è ora aperto dopo un lungo lavoro di restauro curato dall’architetto Mario Bellini, che ne ha anche progettato gli allestimenti con la grafica di Italo Lupi. Ad accogliere il visitatore, nella corte coperta, una sorprendente Torre del tempo in vetro e acciaio che consente l’accesso ai diversi piani e al contempo espone una serie di curiose testimonianze dello speciale rapporto tra Bologna e la storia della misura del tempo. Pur essendo un museo in cui la centralità è riservata alla collezione e al messaggio grafico, palazzo Pepoli offre anche numerose e importanti esperienze digitali e multimediali al visitatore un teatro virtuale per la visione di filmati stereoscopici in 3D, spazi “immersivi” e interattivi come la sala dedicata alla Bologna delle acque e altre istallazioni multimediali di forte impatto emozionale e
altro contenuto informatico alle quali vanno aggiunti spazi di ricevimento, anch’essi allestiti, e quindi parte integrante del racconto del museo. Questo si concretizza in una sequenza di “exhibit” in gran parte provenienti dalle collezioni della Fondazione Carisbo e da depositi e raccolte cittadine.
Gioco, leggerezza, sorpresa sono le tre parole chiave che ricorrono nel discorso di Mario Bellini, architetto e designer milanese già direttore di Domus, e oggi autore del progetto architettonico del restauro e dell’allestimento del Museo della storia di Bologna. L’architetto, autore di musei e centri culturali distribuiti in diversi continenti, parla di Bologna come di <<una bella storia italiana>>, sorprendente in un paese dove così spesso i progetti s’impastoiano. In sette anni Palazzo Pepoli è stato liberato dal degrado, e restituito alla fisionomia colorata, giocosa, multisensoriale di un museo che racconta le storie, navigando nel tempo e nelle arti. Il palazzo che era scorciato da pavimenti di ogni tipo, controsoffitti da ufficio, pareti sgangherate.
Fatta pulizia da tutto questo, da parte del progettista, è affiorato, alla fine, lo splendore barocco.
All’interno delle sale i pannelli e le opere sono posati e montati su basamenti allungati che serpeggiano e si rincorrono, entro leggere strutture metalliche che evocano un proprio spazio mentale, restando estranei all’edificio. Nulla è appeso alle pareti. Palazzo e museo restano separati. L’ambiente barocco non ne è offeso, ma sorpreso nel suo “splendore”. L’unico intervento ex novo è la torre di cristallo che dalla corte conduce ai piani espositivi. Alla domanda all’architetto di come nasce questa originale struttura Mario Bellini risponde: << Nasce da una difficoltà.
E le difficoltà stimolano la creatività. Palazzo Pepoli comprende anche un
condominio. Non era possibile usare lo scalone. Perciò ho pensato a questo castello di vetro, che come un ombrello copre la corte, la ripara dalla pioggia, dal caldo e dal freddo, e distribuisce i visitatori. Una lanterna magica, inondata dall’alto dalla luce naturale>>.
All’interno delle sale colpisce il ricorso agli specchi che moltiplicano sagome e spazi, all’uso della luce che li colpisce. Viene da pensare a un teatro all’italiana e alla sua scenotecnica barocca.
Questa straordinaria esperienza ci porta nel tempo, anni ’70 a Ferrara, dove quel geniale operatore culturale e primo direttore delle Gallerie di Arte Moderna di Palazzo dei Diamanti che fu Franco Farina, fece di quel centro un “Beaubourg” dinamico e coinvolgente, riuscendo a dialogare con tutto il territorio e con tutte le realtà che stavano crescendo all’interno della città estense. Tra queste ci fu proprio l’Istituto di Cultura Casa Cini sotto la guida di don Franco Patruno. Molte furono le splendide collaborazioni con le Gallerie d’Arte Moderna, con il comune, la diocesi, con gli artisti, gli studiosi e critici d’arte, le scuole e l’università. I due “Franchi straordinari” (così la gente li chiamava) che in decenni di lavoro comune, di disponibilità all’ascolto (i loro studi erano sempre aperti), avevano distribuito un amore all’arte, alla cultura e arricchito la città di stimoli verso lo studio e la ricerca e tante altre cose ancora. Dell’attività di Franco Farina, molto resta ancora, lui stesso, spesso, si lascia intervistare perché diversi studenti continuano ad approfondire quell’“età dell’oro” per tesi di laurea su la ‘museologia’ di un’epoca senza il web, ma con capacità di diffusione culturale straordinaria in tutto il mondo (pensiamo solo al Museo della Metafisica e al Teatro della “Video-arte”). Questo, purtroppo non si può dire per Casa Cini, poiché la violenza che è subentrata su quell’edificio, trasformandolo in attività commerciali e con “stupri architettonici” che ne hanno fiaccato la splendida struttura medioevale e polivalente allo stesso tempo. Non parliamo di quello che è stato il patrimonio storico e
documentaristico di quel luogo “glorioso” che comprendeva un’importante collezione d’arte
contemporanea, biblioteche prestigiose d’arte e di fotografia disperse per far spazio a “macerie dolorose” che vivono con amarezza nella comunità ferrarese che nulla ha potuto dire davanti a tanto scempio e che mai più potranno essere ripristinate.
Maria Paola Forlani
16:16 Scritto da: mariapaolaf | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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