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26/01/2012
WILDT
L’anima e le forme tra Michelangelo e Klimt
Si è aperta a Forlì, ai Musei San Domenico, fino al 17 giugno 2012, a cura di Fernando Mazzocca e Paola Mola, “Wildt, l’anima e le forme tra Michelangelo e Klimt”. (Catalogo Silvana Editoriale).
Adolfo Wildt (Milano 1868 -1931) proveniva da una famiglia poverissima di origine svizzera che, però, da tante generazioni si era stabilita in Lombardia. A causa dei pochi guadagni della sua famiglia, a nove anni dovette lasciare la
scuola per lavorare come garzone prima da un parrucchiere e poi da un orafo. A undici iniziò il suo apprendistato nella bottega di Giuseppe Grandi che lo introdusse alla lavorazione del marmo. Partendo dal sottofondo romantico del tardo Ottocento, Wildt si dedicò all’arte di una scultura fortemente influenzata dalla Secessione e dall’Art Nouveau, caratterizzata da complessi simbolismi e da una definizione quasi gotica delle sue forme. L’estrema levigatezza delle superfici marmoree conferisce ai suoi busti una purezza assoluta ed un’integrità plastica che ha sempre cercato di conciliare con il sentimento drammatico di un
intensità quasi parossistica. Per questo Wildt sta alle soglie dell’Espressionismo che si dimostra soprattutto nell’esaltazione dolente e sconvolta del suo Autoritratto del 1908, con maschera tragica del suo volto scavato proiettato su fondo oro, con tre croci. Nel 1894 aveva iniziato un rapporto esclusivo con Franz Rose, un ricco latifondista prussiano, che per ben diciotto anni gli consentì di lavorare senza problemi e senza condizionamenti. Questa lunga relazione lo avvicinò all’Europa delle Secessioni e in quegli anni le sue opere furono presentate alle grandi esposizioni di Monaco, Dresda e Berlino. La svolta avvenne quando l’ultimo capolavoro creato per Rose, una grande fontana con tre figure (<<La Trilogia>>), che ora giace pressoché dimenticata in un angolo remoto della Villa Reale a Milano,
venne esposta alla Biennale di Brera del 1912 dove vinse il prestigioso Premio Umberto. Da allora, pur tra molte polemiche, il suo successo fu inarrestabile: era detestato da molti, ma celebrato alla Biennale di Venezia, ammirato da D’Annunzio, Pirandello, Sarfatti, Ojetti, Carrà e Sironi che lo celebrò, alla morte avvenuta nel 1931, con uno splendido necrologio. Mentre per quanto riguarda il suo tempo entra in gioco naturalmente il simbolismo, in particolare Klimt, la cui influenza è stata decisiva non solo nella scultura ma anche e soprattutto nella grafica – basti pensare a quegli stranissimi disegni vergati a inchiostro e oro sulla superficie diafana della pergamena -, ma pure Previati e Alberto Martini. Fondamentale è stato il rapporto con Casorati, non solo il pittore ma anche lo scultore, documentato con particolare rilievo. Li univa sia l’ossessione per il mestiere sia l’appassionato confronto con il passato. Ci sono nel percorso artistico di Wildt, quando affronta i temi della maschera e del manichino, tangenze anche con la Metafisica e il Surrealismo che giustificano l’accostamento a de Chirico e Morandi. Mentre la sua modernità e la sua forza anticipatrice si
rivelano nell’influenza che ha avuto su i suoi allievi prediletti, negli ultimi anni in cui ha insegnato – avendo ottenuto la cattedra di scultura per chiara fama – all’Accademia di Brera. Si tratta di Melotti e di Fontana nei quali, per esempio, l’uso dell’oro o i famosi tagli discendono anche dalle parti realizzate in quel metallo e dalle misteriose occhiaie vuote presenti in certe sculture di Wildt. Quella di Forlì, come sede di questa grande mostra (di oltre duecento pezzi), non è stata una scelta casuale. Nel locale Museo civico è conservato infatti un eccezionale nucleo di opere, tra cui alcuni capolavori come l’Autoritratto, il Ritratto di Fulcieri Péaolucci de’Calboli, il San Francesco, la Santa Lucia, la Fontanella santa, provenienti dal legato della illustre famiglia forlivese dei Paolucci de’ Calboli. Il marchese Ranieri era stato mecenate e collezionista dello scultore. Wildt dopo aver goduto di una fama straordinaria – entrò anche nell’empireo dei grandi con la nomina di accademico d’Italia – venne nel dopoguerra pressochè dimenticato. Giocarono a suo sfavore elementi diversi. Non solo la pregiudiziale politica, avendo realizzato quel busto gigantesco dalle occhiaie cave e dalle labbra serrate, pervaso da uno strano fascino arcaico, destinato a diventare il ritratto più celebre di Mussolini. Ma anche la prevenzione verso un’idea di scultura basata sull’esasperazione dell’abilità tecnica e su contenuti simbolici e allegorici ritenuti impervi, che appariva estranea a ciò che era ritenuto moderno di questa arte. Un percorso che poneva al vertice Arturo Martini, il quale non a caso, si esprimeva con ferocia nera nei confronti di Wildt parlando di <<degenerazione>>.
Ora è proprio questa capacità di smaterializzare il marmo, scavandolo e rendendolo trasparente, patinandolo e animandolo, come i suoi contenuti, perfettamente corrispondenti al dibattito culturale coevo (pensiamo solo al tema prediletto della maschera condiviso non solo da Casorati ma anche con Pirandello che gli aveva chiesto di fornirgli le maschere per i Sei personaggi in cerca d’autore), a renderlo vicino e attuale come lo era per i contemporanei.
16:29 Scritto da: mariapaolaf | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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