CANOVA l’ideale classico tra scultura e pittura

N6-09_CANOVA.jpgDopo la grande mostra veneziana del 1992, Antonio Canova è protagonista di una nuova e ampia retrospettiva <<Canova, l’ideale classico tra scultura e pittura>>, in programma fino al 21 giugno nei Musei di san Domenico, con la cura di Antonio Paolucci, Fernando Mazzocca e Sergej Androsov (catalogo SilvanaEditoriale). Il titolo mette già in luce le novità della rassegna che presenta per la prima volta l’artista in tutta la complessità della sua poetica e la versatilità del suo lavoro, con alcune novità. Innanzitutto due opere inedite, già note alla critica, citate dalle cronache e negli inventari, ma presentate per la prima volta al pubblico con nuovi studi. La prima è un dipinto che ritrae un fanciullo con un uccello sulla spalla, probabilmente un ritratto del principe Henryk Lubomirski in veste di Giovannino. Il dipinto va identificato con quello documentato, a partire da Cicognara, la più autorevole delle fonti canoviane, tra le opere in pittura eseguite dallo scultore. L’opera mette in luce uno dei filoni della mostra ovvero il rapporto della scultura di Canova con le sue opere pittoriche e con i dipinti di artisti coevi o di coloro che raccolsero le sue innovazioni. E’ una sorta di sfida che si apre tra pittori quali Reynolds, Romney, West, Hemilton, Vigée Le Brun, Landi, Pellegrini, Giani e le scuture del nostro nel trattare temi cari al Neoclassicismo, le Veneri, le danzatrici, i ritratti. Ma è certo che da questo confronto, per la capacità di rappresentare la bellezza, la leggiadria, la grazia, esce vincitore Canova. Solo Hayez, suo protetto, riesce ad avvicinarsi ai suoi esiti. L’ideale classico dell’artista si traduce in mostra nelle due versioni dell’Ebe, una prima del 1816, realizzata per la contessa Veronica Guarini, e quella appartenuta all’imperatrice Giuseppina, moglie di Napoleone. N4-22_CANOVA.jpg

“ Dove per te, celeste ancella or vassi, / che di te l’aurea eterna mensa or privi? / Come degni cambiar agli astri nativi / Con questi luoghi tempestosi e bassi? / O Canova immortal, che addietro lassi / L’italico scalpello, e il greco arrivi / Sapea, che i marmi tuoi son molli e vivi; / Ma chi visto t’avea scolpire i passi ? / Spirar qui vento ogni pupilla crede, / e la gonna investir, che frettolosa / si ripiega ondeggiando, e indietro riede; / E natura, onde legge ebbe ogni cosa, / che pietra, e moto in un congiunti vede, / per un istante si riman pensosa”. Questo testo che Pindemonte dedicò alla Ebe dimostra la suggestione che ebbe quest’opera su i contemporanei. Ebe, figlia di Giove e di Era, era l’ancella degli dei e simbolo dell’eterna giovinezza, duplicità di ruoli magistralmente tradotta da Canova in un’opera che sembra sospesa fra cielo e terra. Poi ancora nelle Veneri e nelle danzatrici. Canova amava molto la musica e il ballo, come conferma la seconda opera inedita presentata in mostra. Un ritratto di Domenico Cimarosa in forma di erma. Scolpita, oltre la bella scritta nel fronte, sul lato destro compare la firma dello scultore. Nelle fondamentali Memorie di Antonio Canova dell’allievo Antonio d’Este troviamo invece  la notizia dell’avvenuto passaggio di proprietà: “Busto o Erma di Cimarosa, regalo dell’erede al cardinal Consalvi, poscia passato il proprietà della famiglia Vidoni”. L’omaggio dell’erma da parte di un Consalvi potrebbe trovare una sua giustificazione dalla comune ammirazione per il grande musicista ancora universalmente apprezzato, e dal fatto specifico che proprio a Pietro Vidoni, quando era vicedelegato a Ferrara, era stato dedicato “L’amante ridicolo”, un dramma giocoso musicato da Cimarosa e rappresentato nel teatro ferrarese della Scrofa nel 1789. Il percorso si completa con altre novità come un piccolo dipinto di Giuseppe Borsato che ritrae l’istante della morte del Canova, con l’amico Cicognara inginocchiato accanto a lui. L’interesse di Canova per i soggetti legati alle figure mitologiche di Amore e di Psiche si tradusse, nell’arco di circa un decennio, tra il 1786 e il 1796, in una serie di composizioni: le diverse statue di Amorino, inizialmente un ritratto allegorico del principe Henryk Lubomirski poi variato come statua ideale, il gruppo di “Amore e Psiche” che si abbracciano; la statua di “Psiche stante in contemplazione della farfalla” e infine il gruppo di “Amore e Psiche stanti”, dove Canova pensò di riunire insieme le figure già realizzate come isolate. Anche in questa versione (1800 – 1805) proveniente da San Pietroburgo nella composizione domina la figura di Psiche, sia per l’altezza, che per il sinuoso movimento delle mani e delle pieghe del drappo sui fianchi. L’opera è in sognante atmosfera di abbandono quasi che “l’anima (Psiche), venga riscaldata e protetta dall’amore celeste (Amore)”. Canova esprime con perfetta maestria il rapporto tra Amore e Psiche, un amore fatto di gesti, carezze e lieve vicinanza dei corpi. La rassegna offre un ritratto completo dell’artista, seguendo un carattere biografico e storico e rendendo conto dei rapporti tra Canova e i papi, Pio VI e Pio VII, delle relazioni con artisti e intellettuali, i suoi biografi come Cicognara e Vittorio Missirini: dalla collezione di quest’ultimo è giunto in mostra un gruppo di disegni di Canova mai presentati prima. Ci sono anche, come conclusione nell’ultima sala, due noti autoritratti di Raffaello (l’Autoritratto degli Uffizi e lo Studio di testa dello Horme) a significare che il “divino” ubinate è per Canova l’unico riferimento possibile.

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Maria Paola Forlani

CANOVA l’ideale classico tra scultura e pitturaultima modifica: 2009-01-27T16:45:00+00:00da mariapaolaf
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